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Energy management nei data center: PUE, monitoraggio e obblighi di comunicazione

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In un data center l’energia non è una voce di costo tra le altre: è il costo operativo principale, ed è anche il limite fisico alla capacità di crescere. Per questo il settore misura la propria efficienza da sempre, con un indicatore diventato uno standard di fatto: il PUE.

Dal 2024 alla misura si è aggiunto un obbligo: la direttiva europea sull’efficienza energetica impone ai data center sopra una certa dimensione di comunicare ogni anno le proprie prestazioni.

In breve:

  • Il PUE mette in rapporto l’energia totale del sito e quella assorbita dalle apparecchiature IT.
  • Il raffreddamento è la voce non IT più pesante, ed è quella su cui si interviene.
  • I data center con potenza IT installata pari o superiore a 500 kW rientrano negli obblighi europei di comunicazione.
  • Le sale CED dentro edifici del terziario sono il caso più trascurato: piccole, ridondanti e mai monitorate.

Il PUE e i suoi limiti

Il PUE (Power Usage Effectiveness) è il rapporto tra l’energia totale consumata dal data center e l’energia consumata dalle sole apparecchiature IT. Un PUE pari a 1 significherebbe che tutta l’energia va ai server; i valori reali sono più alti perché raffreddamento, gruppi di continuità e distribuzione consumano.
È un indicatore utile ma con due limiti da conoscere. Il primo è che migliora anche aumentando il carico IT, quindi un sito più pieno sembra più efficiente a parità di impianti. Il secondo è che non dice nulla sull’efficienza del lavoro svolto: due sale con lo stesso PUE possono erogare servizi molto diversi.
Per questo accanto al PUE si usano altri indicatori, dall’uso dell’acqua per il raffreddamento al calore effettivamente recuperato e riutilizzato.

Gli obblighi europei di comunicazione

Con la direttiva sull’efficienza energetica EED 2023/1791 e il regolamento delegato (UE) 2024/1364, i data center con potenza IT installata pari o superiore a 500 kW devono comunicare annualmente una serie di informazioni sulle proprie prestazioni: consumi energetici, indicatori di utilizzo, temperature di esercizio, traffico dati trattato, quota di energia rinnovabile e calore di scarto recuperato.
I dati confluiscono in un database europeo, consultabile in forma aggregata. Per le installazioni sopra il megawatt la direttiva incoraggia inoltre l’adesione al Codice di condotta europeo sull’efficienza energetica dei data center e l’adozione di soluzioni di recupero del calore.
La conseguenza pratica è che la misura non è più una scelta gestionale: è un adempimento, e richiede dati affidabili e continui invece di stime annuali.

Dove si interviene davvero

Tolto il carico IT, che dipende dai servizi erogati, le leve sono tre.
Il raffreddamento. È la voce non IT dominante. Le strade note sono il contenimento dei corridoi caldi e freddi, che evita il ricircolo dell’aria trattata, il free cooling quando le condizioni esterne lo permettono e l’innalzamento controllato delle temperature di mandata entro i limiti raccomandati per le apparecchiature.
La distribuzione elettrica. Gruppi di continuità e trasformatori lavorano spesso a carico parziale per ragioni di ridondanza, ed è la condizione in cui il rendimento è peggiore. Misurare le perdite lungo la catena è il modo per sapere quanto costa la ridondanza scelta.
Il recupero del calore. L’energia che esce dai server è calore a bassa temperatura: dove esiste un’utenza vicina, come uffici o reti di teleriscaldamento, diventa una risorsa invece che un costo di smaltimento.

Le sale CED negli edifici del terziario

C’è poi il caso che riguarda la maggior parte delle aziende: non il data center, ma la sala CED interna, qualche decina di kW dentro un edificio per uffici, ospedale o sede direzionale.
Sono ambienti trascurati per definizione: raffreddati 24 ore su 24 con macchine dedicate, spesso sovradimensionate, raramente monitorate e quasi mai incluse nei progetti di efficienza dell’edificio. Nella pratica presentano tre problemi ricorrenti:

  • Sovraraffreddamento. Temperature di mandata molto più basse del necessario, impostate anni prima e mai riviste.
  • Ricircolo d’aria. Rack disposti senza logica di corridoi, con l’aria calda che rientra nelle prese di aspirazione.
  • Consumi invisibili. La sala non ha un contatore proprio, quindi il suo consumo finisce nel calderone dell’edificio e nessuno sa quanto pesa.

Il primo intervento qui non è impiantistico: è mettere un contatore e due sonde di temperatura.

Cosa misurare

Cosa Perché Indicatore utile
Energia totale del sito e energia IT È la base del calcolo del PUE PUE, calcolato su base annua e non spot
Consumo del raffreddamento È la voce su cui si interviene Quota del raffreddamento sul totale non IT
Temperature di mandata e ripresa Rivelano ricircolo e sovraraffreddamento Differenziale tra corridoio freddo e caldo
Carico dei gruppi di continuità Il rendimento peggiora a carico parziale Percentuale di carico rispetto al nominale
Acqua, dove usata per il raffreddamento Il rendimento peggiora a carico parziale Consumo idrico rapportato all’energia IT

Gli strumenti

Per i grandi data center esistono piattaforme DCIM specializzate, nate per gestire rack, capacità e infrastruttura IT. Non è quello il terreno di UTwin, ed è giusto dirlo. Il metodo generale, dal piano di misura alla verifica, è descritto nella guida all’energy management.
Il software di energy management di UTwin lavora sull’edificio che ospita le sale: monitoraggio di energia, acqua e parametri ambientali con smart meter e sensori IoT, dati collocati sulla planimetria, allarmi sulle anomalie e regolazione degli impianti da remoto.
È la soluzione adatta per le sale CED interne agli edifici del terziario e per chi deve tenere insieme il consumo della sala e quello del resto dell’immobile.
Il software di manutenzione (CMMS) integrato copre la parte che in questi ambienti pesa di più: la continuità. Un’anomalia rilevata dai sensori diventa un intervento assegnato prima che diventi un fermo, con la logica descritta nella guida alla manutenzione predittiva.

Domande frequenti

  • Che cos’è il PUE e quanto dovrebbe valere?

    È il rapporto tra l’energia totale del data center e quella assorbita dalle apparecchiature IT. Più si avvicina a 1, meno energia viene spesa per servizi accessori come raffreddamento e distribuzione. Il valore di riferimento dipende dalla dimensione, dal clima e dalla tecnologia di raffreddamento, quindi conta più il miglioramento nel tempo che il confronto assoluto.

  • Quali data center devono comunicare i propri consumi?

    Quelli con potenza IT installata pari o superiore a 500 kW, secondo la direttiva EED 2023/1791 e il regolamento delegato (UE) 2024/1364. Le informazioni comunicate confluiscono in un database europeo.

  • Il PUE basta a dire se un data center è efficiente?

    No. Migliora anche solo aumentando il carico IT e non tiene conto del servizio erogato. Va letto insieme ad altri indicatori, come l’uso dell’acqua e il calore recuperato, e osservato nel tempo sullo stesso sito.

  • Serve monitorare anche una piccola sala CED aziendale?

    Sì, ed è il caso in cui il rapporto tra costo e beneficio è migliore: basta un contatore dedicato e qualche sonda di temperatura per scoprire sovraraffreddamento e ricircolo, due problemi molto comuni e correggibili senza investimenti.

Da dove cominciare

Se la sala non ha un contatore proprio, il PUE è una stima e ogni discussione sull’efficienza si ferma lì. Il primo passo è separare la misura del carico IT da quella dei servizi accessori: da quel momento in poi ogni intervento diventa verificabile.